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Il cellulare e' piu' privato dell'ADSL?
Scritto da Marco V. Principato (Roma - IT)   
sabato 02 febbraio 2008

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C'è qualcosa che non quadra nell'informazione offerta dal sito del Governo italiano circa il provvedimento emanato dal Garante per la privacy: secondo le fonti ufficiali, risulterebbero tutelati coloro che si collegano ad Internet tramite cellulare. E chi usa l'ADSL? O il semplice modem?


Roma - Il Governo Italiano, quella stessa compagine governativa che lo scorso anno ha fatto sobbalzare tutti con un provvedimento tanto impopolare quanto ruvido e maldestro - non mi ripeto, mi sono già espresso al riguardo - secondo quel che risulta dalla fonte ufficiale starebbe tutelando chi naviga in Internet tramite cellulare, glissando completamente su chi lo fa "da casa", ovvero con ADSL o, per i meno fortunati, con il vecchio modem.

 
 

"L'Autorità, guidata da Francesco Pizzetti, ha pertanto imposto a Telecom Italia, Vodafone e H3G di cancellare le informazioni «illegittimamente conservate, riguardanti i siti Internet visitati dagli utenti». A Vodafone, H3G e Wind è stata per di più imposta «l'adozione di specifiche misure tecniche per la messa in sicurezza dei dati personali conservati a fini di giustizia»" è quanto si legge su Governo.it, fonte ufficiale dello Stato, su questa pagina. Dubbio: e chi ha l'ADSL?

Molti quotidiani cartacei hanno correttamente riferito generalizzando il principio, cioè richiamando l'originario disposto del Garante, del 15 dicembre 2005, a cui fa riferimento ipertestuale la determinazione del 24 gennaio scorso citata dal sito del Governo, lasciando così nell'opinione pubblica un maggiore senso di sicurezza privo, però, di specifiche spiegazioni tecniche.

Non altrettanto ha fatto Panorama.it, che ne ha approfittato per offrire la notizia al proprio pubblico: Privacy su internet, più sicuro chi naviga con il cellulare è il titolo che il periodico gli dà, offrendo così ai cittadini, a mio modesto e personale avviso, un timore di mancata par condicio per il dubbio che gli operatori Internet che vendono connettività diversa da quella cellulare, (tecnicamente) liberi di fare, volendo, esattamente la stessa cosa, possano continuare a farla.

Pazienza per Panorama.it, a cui nessuno chiede di essere addentro a specifiche problematiche tecniche; pazienza per i quotidiani cartacei, anche per loro non c'è alcun requisito di preparazione tecnica che ne condizioni l'idoneità alla pubblicazione di notizie di questo tenore; ma nella vicenda c'è più di qualcosa che non si è detto.

Continua il sito di Stato: "Questi provvedimenti - ha precisato Mauro Paissan - affermano un principio innovativo e importante: va tutelata la riservatezza anche della navigazione in Internet e dell'uso dei motori di ricerca. I gestori telefonici non possono dunque conservare questi dati, nemmeno per ragioni di giustizia. Entro due mesi queste informazioni dovranno ora scomparire", riprendendo il testo del Garante.

 
 

La "piccola grande dimenticanza" è stata il citare, invece, questo punto del provvedimento del 24 gennaio: "La mancata adozione di alcune misure di sicurezza e l'indebita conservazione dei dati sulla navigazione in Internet sono emerse nel corso dell'attività ispettiva effettuata dal Garante anche nell'ultimo anno per verificare il rispetto del Codice privacy e delle prescrizioni impartite dal Garante nel dicembre 2005 riguardo alla protezione dei dati di traffico telefonico conservati a fini di giustizia e alle modalità con le quali i gestori di telefonia, fissa e mobile, adempiono alle richieste dell'autorità giudiziaria in materia di intercettazioni".

Il citarlo avrebbe fugato ogni dubbio: "telefonia, fissa e mobile". Come si può constatare, completamente taciuto nella pagina del sito del Governo, come se chi legge una fonte di Stato fosse obbligato ad andarsi a leggere la fonte originaria. Ma vogliamo scherzare? Costava molto scrivere "in ossequio al disposto, il principio vale per tutti gli operatori, siano essi cellulari, fissi o satellitari"?

E veniamo agli aspetti più difficili da maneggiare per i quotidiani. Una strana precisazione fa emergere una verità, per lo più nascosta dagli operatori cellulari e "venduta", solitamente, come strumento per velocizzare la navigazione: il proxy. Dice il sito del Governo: "Più in particolare, a Telecom Italia il Garante ha imposto, oltre alla cancellazione dei dati, il divieto di fare uso di proxy che non siano necessari alla comunicazione o alla fatturazione".

Chi ragiona deriva immediatamente la conclusione: in realtà il proxy è allora una tecnica che può essere usata per ben altro. Ed è verissimo: la quasi totalità delle sessioni in Internet tramite cellulare - di tutti gli operatori, non solo di Telecom Italia o TIM che dir si voglia - non avvengono mediante un colloquio diretto. Non c'è, in altre parole, una connessione TCP diretta tra il browser di chi naviga e il server del sito visitato. Si passa, nel 99% dei casi, attaverso un proxy obbligatorio e trasparente, che sarà anche utilissimo per velocizzare la navigazione, ma quando mai si è parlato di accumulo di dati derivanti dall'analisi del suo impiego? Se il Garante ha esplicitamente citato il fatto, va da sé che ne sia stato fatto proprio quell'uso. Come va da sé che anche gli operatori Internet non cellulari (tecnicamente) possono farlo.

Non solo: perché precisare "alla comunicazione" oltre che "alla fatturazione"? Con questa precisazione si offre agli operatori lo strumento utile per continuare a fare uso di proxy come e quando vogliono. Velocizzare la navigazione, artatamente tradotto in ottimizzare l'impiego delle risorse attraverso una centralizzazione delle richieste di navigazione è una frase che, scritta al punto giusto, nell'appunto giusto e presentata alla persona giusta nel momento giusto, farebbe siglare a qualsiasi personalità (non competente) la legittimazione al proseguimento dell'impiego dei proxy. In altri termini, quando ci si confronta su temi tecnicamente delicati come questo, sarebbe bene che il Garante per la Privacy si occupasse di Privacy e lasciasse a quello per le Comunicazioni il compito di entrare nel merito tecnico. Una parola sbagliata come quella rischia può compromettere, o almeno mettere a serio rischio, i frutti di quello che appare un buon proposito.

Ragioniamo attentamente su questi ultimi punti, piuttosto che sul resto. Sono queste le invasioni silenziose nella propria privacy, delle quali difficilmente si viene a conoscenza se non quando il guaio è fatto. E sulle quali si vorrebbe che lo Stato offrisse tutela preventiva, piuttosto che tardiva. Internet non è più quella di venti-venticinque anni fa: ora è come la strada. Dove si incontrano certamente tante belle persone, ma anche tanti ignoranti, malfattori, truffatori, prostitute, pazzi, esaltati e così via. Dunque, comportarsi su Internet esattamente nello stesso modo.

Tutto questo non è che una rumorosa esternazione per aver dovuto rilevare ancora una volta, nella Pubblica Amministrazione, un'approssimazione e una superficialità che se in altri campi può non creare scompensi a nessuno, in questa specifica circostanza può sollevare terremoti azionari, squilibri aziendali, disdette da una parte e nuovi abbonamenti da un'altra, timori di intrusione nelle proprie inclinazioni manifestate in rete minacciate di esposizione a terzi e quant'altro.

Lo Stato deve dovrebbe essere uno ed unico. E quando dice una cosa, da qualunque proprio esponente venga, deve dovrebbe essere sempre la stessa, senza dar adito ad alcun dubbio, con perfetta equità e senza favoritismi. Utopia, vero? No, se non ci facciamo sfilare dalle mani anche questo piccolo potere. Ricordiamocene, al momento opportuno.

Marco Valerio Principato

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