| Bloggare per forza ed esagerare |
| Scritto da Marco V. Principato (Roma - IT) | |
| domenica 30 marzo 2008 | |
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Alcune volte resto di sasso di fronte agli scritti di alcuni tra i blog più noti. Non solo per le asserzioni, che si possono o meno condividere, ma per i toni: se l'effetto del Web 2.0 sul linguaggio professionale è questo, viva il Web 1.0. A mio personale avviso
A volte non capisco il comportamento di alcuni dei blog più blasonati, quegli stessi blog che, spesso, sono sede di apprendimento su questioni o notizie diffuse con maggior ritardo dai media tradizionali e di cui questi ultimi, atrettanto spesso, si servono per dare anticipazioni o per trarne spunto di produzione. Sto parlando - stavolta - di CrunchGear: un blog serissimo, molto rispettato, di copertura amplissima e veloce - come tutti, del resto - nell'offrire notizie. È solo del 27 febbraio una pagina - "alloggiata" in un luogo virtuale chiamato La stanza irragionevole - in cui Devin Coldewey illustra Linux in modo piuttosto aspro e disilluso, con con grande disinvoltura. Possiamo sorvolare sul resto del contenuto, tanto l'aria che tira è chiara. Perché "non capisco"? Perché sullo stesso blog, nello stesso giorno, è stata riportata da Peter Ha un'intervista con Charles Ogilvie, direttore della divisione In-Flight Entertainment di Virgin America, di cui MVPNetwork ha parlato tempo fa.
Certamente qualcuno dirà: non hai capito niente. Il Web 2.0 è fatto così, ognuno dice quel che pensa ed è normale che questo accada, anche se parliamo di un blog che, nato per hobby, ora è uno tra i business più accattivanti e invidiati del momento. No, ragazzi, no. Non sono io che non ho capito niente. Sono i valori che si stanno perdendo. Non molto tempo fa ho letto una critica di un giornalista - purtroppo non ho conservato il link - che lamentava, proprio in questi grandi nomi come TechCrunch, CrunchGear e simili, questo voler essere «per forza 2.0»: la principale lamentela era sull'aspetto e sulla fruibilità del sito, il cui meccanismo di funzionamento - a blog, appunto - non evidenziava, secondo il giornalista, le notizie come avrebbero meritato e rendeva difficile l'individuazione dei titoli, ardua la comprensione della dislocazione degli argomenti e varie altre cose, tipicamente presenti in una impostazione grafica da "quotidiano". A questo, a mio modesto avviso, si aggiunge una certa sfrontatezza - faccio riferimento non solo all'episodio dei due post appena citati ma ad una vera e propria tendenza - che molti pensano di potersi permettere solo perché il "media" su cui scrivono si chiama blog e non sito. Nel caso specifico, dire che Linux faccia schifo, al di là dell'averne parlato bene nella... stanza accanto, merita - forse - di essere rispettata come pura e semplice opinione; restano però alcuni dati di fatto, su cui Mr. Arrington può anche arrossire, se vuole, per aver concesso al suo blogger di fare simili asserzioni. Sto parlando del semplice Web Survey di Netcraft (azienda serissima nata ben prima di AllCrunchAll e del Web 2.0) dal quale ancora oggi emerge che Apache è il Web Server di oltre il 50 per cento dei siti dell'intera rete Internet. E Apache è nato in ambiente Unix, solo che era scritto bene fin dall'inizio, quindi è stato "portato" ovunque, Windows compreso... Dunque, continuerò - come del resto fanno tutti - a leggere i vari Crunch, del rampante 36enne Michael Arrington. Vorrei solo ricordargli, dal basso, bassissimo profilo che cerco di mantenere, che qualche volta farebbe ancora piacere una maggiore professionalità e maniere più eleganti, anche cercando di screditare qualcosa - e qualcuno - cui l'intera rete sembra riconoscere senza meno dei difetti, ma anche tanti, tanti pregi. Ah, una curiosità... NetCraft stesso ha rilevato la presenza in rete di MVPNetwork solo un anno dopo la sua nascita, quando era poco più di una sperimentazione con le prime ADSL. Sono passati nove anni ed è ancora qui. Chissà dove sarà TechCrunch tra nove anni... Marco Valerio Principato |
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