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Povera vecchia informatica, dove sei?
Scritto da Marco V. Principato (Roma - IT)   
domenica 16 dicembre 2007

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Chi si ricorda l'informatica di qualche anno fa certamente ne rimpiange alcune cose. Alcune belle, altre meno belle. Certo, oggi ci siamo abituati alle tante comodità, alla multimedialità, al web 2.0, ma...


... un minimo di nostalgia per chi, come me, ha cominciato all'inizio degli anni 80, "sbavando" dietro alla minima vista di qualcosa che somigliasse a un computer, è automatica. Negli anni 80 il computer si usava chiamarlo "calcolatore", oppure "elaboratore", "Host" per quelli grandi, ma il termine "computer" ancora non riusciva a penetrare nel linguaggio comune. Se ne parlava con riverenza.

Era un'epoca in cui l'Università di Roma "La sapienza", alla mia domanda "Ci sono corsi di laurea in Scienze dell'Informazione, informatica, insomma?" rispose "Eh, caro lei. Per adesso c'è solo un corso sperimentale alla Normale di Pisa. Se proprio vuole fare informatica (ma le conviene?) deve frequentare là".

"Le conviene"?! Tsk!, direbbe Paperino... io non guardavo alla convenienza. Intuivo solo che il futuro era lì. Ma intuivo anche che la "buonanima" di mio padre, modesto funzionario del Ministero dell'Interno, non poteva permettersi, con il lauto stipendio della Pubblica Amministrazione, di mantenere agli studi un figlio a Pisa.

 
 

Fu così che feci da me, a Roma. Senza andare a Pisa. Sia pure con l'aiuto, diciamo pure con la "raccomandazione" di mio padre, grazie alla quale mi fu possibile frequentare gratuitamente fior di corsi interni in grandi multinazionali. Quelli che oggi, a distanza di trent'anni, leggermente rimaneggiati nell'aspetto e nella forma si chiamano stage aziendali e vengono frequentati dai neolaureati per farsi le ossa.

All'epoca, invece, all'esterno delle realtà aziendali non se ne conosceva neanche l'esistenza, tranne che nei politici meandri delle Segreterie dei Ministri, appunto. E grazie a quella preparazione, oggi non solo non mi sento in difficoltà di fronte a un giovane laureato in ingegneria informatica, ma, sovente - e posso assicurare ai lettori che non mi fa assolutamente piacere - a qualche domanda che metto lì così, per caso, mi sento rispondere che son cose che non si sono trattate all'Università. Urka. Da rimanere stecchiti.

Anche di qui viene la nostalgia. Oggi c'è troppa fretta, troppa attenzione al profitto immediato, troppa approssimazione nella preparazione. Il fine di un giovane che frequenta oggi l'Università non è più l'aspirare a collocarsi in una sfera di sapere che, diversamente, mai potrebbe raggiungere e con la quale, eventualmente, svolgere anche un lavoro. Piuttosto è il conseguire, subito, a ogni costo, l'agognato diploma di laurea. Anche se il giorno dopo si dimentica tutto quel (poco) che si è (mal) studiato.

Perché oggi, è triste concluderlo ma è così, chi esce dalla scuola secondaria superiore non ha la stessa preparazione di prima. Così come non la ha chi esce dall'Università. Diciamo che, condizione necessaria e sufficiente per vivere, lavorare ed avere una cultura medio-alta, quando ero ragazzo io era il diploma superiore. Oggi c'è il Web 2.0, ma non è più sufficiente neanche il diploma di laurea.

C'è qualcosa che non va.

 

Marco Valerio Principato

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