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Attenzione a parlare di se' nel Web 2.0
Scritto da Alessandra Pallavicini Castelli (Milano - IT)   
lunedì 26 novembre 2007

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Milioni di giovani, avverte uno studio, potrebbero danneggiare le loro carriere con le loro stesse mani, scrivendo sui social media.

 
 

Milano - Un recente studio, condotto dall'Information Commisioner's Office (ICO) inglese, ha rivelato che più della metà dei giovani presi in considerazione ha già reso pubbliche molte informazioni al proprio riguardo. Qualcosa come il 71 percento di 2000 ragazzi di età compresa tra 14 e 21 anni hanno detto di non sentirsi a proprio agio se università o datori di lavoro dovessero fare delle ricerche su di loro, prima che i giovani abbiano provveduto a rimuovere almeno parte dei dati.

In questo caso la questione, pur ricadendo nella sfera della privacy, ha una configurazione diversa dal solito: nessuno ha obbligato quegli stessi giovani a farlo, ma l'hanno fatto. Vuoi l'esuberanza giovanile, vuoi l'inesperienza, accade che troppe informazioni personali siano finite sul Web e, sul punto, sarebbe difficile farle scomparire ove esse si rivelassero sconvenienti, imbarazzanti o disdicevoli per l'immagine delle persone coinvolte.

I social media, predominanti nell'era del Web 2.0, hanno in questo un'influenza rilevante. Due terzi delle persone intervistate, ad esempio, in ambienti come Facebook o Myspace hanno accettato come "amici" persone che neanche conoscono personalmente. Molti hanno riportato anche dati sensibili, come la data di nascita, il proprio titolo lavorativo e almeno il 10 percento anche l'indirizzo della propria abitazione.

 
 

"I giovani, se non vengono resi edotti di quanto tutto ciò comporta, si espongono tra l'altro al rischio del furto di identità, una delle più temibili minacce degli ultimi tempi", illustra l'ICO a BBC News. "Molti giovani stanno postando contenuti online senza alcuna consapevolezza del footprint che si lasciano alle spalle", dice David Smith, commissario incaricato dell'ICO.

Di fronte alle risposte dei giovani interpellati, di cui il 95 percento se è dichiarato preoccupato e il 54 percento molto preoccupato sul possibile travaso dei propri dati agli inserzionisti pubblicitari, Mr. Smith ha detto: "Questo dimostra che quando i giovani vengono resi edotti di quale sorte potrebbero attendere i loro dati personali - sia legittima che priva di scrupoli - si preoccupano. Per questo, l'ICO aprirà un apposito sito, cioè per aiutarli a comprendere i loro diritti al riguardo".

Owen Van Natta, un funzionario di Facebook, ha detto al quotidiano The Guardian, che si intrattiene a lungo sulla questione: "Abbiamo derivato da tutto ciò alcune valide lezioni. Prendiamo la sicurezza molto sul serio e cerchiamo di assicurarci che gli utenti siano edotti. Ma noi siamo un'azienda di tecnologia e la socializzazione dei media sta dilagando così velocemente (da porci in difficoltà, ndR)".

Alla luce, infatti, di recenti contestazioni proprio contro Facebook, emerge chiaramente quanto nel mondo dei social media sia difficile gestire correttamente una questione spinosa come la privacy. Specie se, come recentemente è emerso all'attenzione dei media, si intrattengono rapporti con advertiser di pochi scrupoli, che rendono tutto ancora più difficile.

Alessandra Pallavicini Castelli

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