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Perche' Microsoft vuole controllare OLPC
Scritto da Marco V. Principato (Roma - IT)   
sabato 12 gennaio 2008

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Nella guerra su OLPC di cui tanto si parla, Microsoft non può che scegliere un comportamento: ruggire. Negroponte farà bene a non aspettarsi un cucciolo docile che si fa da parte


Roma - È una minaccia insostenibile: l'intero terzo mondo che impara Linux e cresce usandolo. E Microsoft che non entra nel business. Detta così, suona diversamente da come si legge in giro, vero? Ma, piaccia o no, è lo scenario che si prospetta per i ragazzi di Redmond, se l'OLPC di Negroponte si farà strada così com'è. Per questo c'è tanto trambusto sulla vicenda.

 
 

Proprio in questi giorni, Intel si è tirata indietro dal progetto. La storia della vicenda di OLPC è comunque carica di episodi tanto singolari quanto stridenti, quali quello del brevetto infranto dalla tastiera. Intel ha spinto i governi a desistere dal sostenere il progetto OLPC e orientarsi, piuttosto, sul proprio prodotto, il ClassMate PC, che utilizza Windows. Evidenziando opportunamente ai funzionari degli Stati gli aspetti economici e l'assistenza tecnica, la riga è tracciata: ci vuole Windows.

Facile presentare la mossa come una scelta vincente. Facile indorare la pillola con la possibilità di avere il dual-boot. Non che sia necessario, questo dev'essere chiaro: firmware Open Source (tipicamente: Grub e, qualche tempo addietro, LiLo) che avvia in alternativa Windows o altri sistemi esiste da almeno 10 anni. Ma, in questo modo, Microsoft agisce in modo strategico per mano di Intel, pur non essendo ufficialmente interessata: ti diamo la scelta, poi facciamo in modo che tu scelga noi. Quindi, d'ordine, rimangiarsi la parola.

Questione di - ovvia - politica commerciale: rifiutarsi di aver a che fare con hardware che faccia girare per default un altro sistema operativo è la scelta giusta per ridurne la presenza o, meglio, la concorrenza. Non dimentichiamo che non è Microsoft, davanti al microfono, ma Intel.

 
 

Si pensi per un attimo a come sarebbe stato bello avere un terzo mondo che disponga di una propria infrastruttura informatica che può auto-supportare, senza bisogno di alcun travaso di tecnologia dagli Stati Uniti. Questo è ciò che il terzo mondo, molto probabilmente, non riuscirà mai ad avere, anche se ciò non coincide minimamente con alcun obbiettivo del progetto OLPC, essendo esso ideato sulla base del software libero. Invece, il rischio è che gli studenti si trovino ad impiegare macchine completamente "lucchettate", con tanto di DRM e, probabilmente, di Fritz Chip.

D'altro canto, non può tacersi che il Prof. Nicholas Negroponte, da quando ha creato il progetto OLPC, ha sempre diretto il timone in direzione del vento: secondo alcuni, anche se smentiti, i prototipi utilizzavano Debian; quando RedHat ha offerto denaro e risorse, Debian è scomparsa dai piani; poi è sparita anche RedHat. Poi qualcuno tenta una delle "fork", per scendere sotto ai 100 dollari.

Ma poco importa quale sia la distribuzione effettivamente scelta: chi ci rimette sono quei poveri bimbi. E il tanto strumentalizzato terzo mondo, che cozza contro il business a stelle e strisce, cercando di farsi strada da se e trovando tanti, tanti cancelli chiusi.

Marco Valerio Principato

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