No, YouTube non sta distruggendo nessuno, sta solo affinando il core business

Tempo di lettura: 3 minuti – Le lamentele ormai abbondano: «mi stanno distruggendo il canale», «mi stanno shadowbannando», «mi accusano di violazioni inesistenti alle norme della community», eccetera, e spesso con sentenze per lo più inappellabili perché palesemente innescate, gestite e trattate con l’Intelligenza Artificiale. Be’, non c’è niente di cui stupirsi!

Copertina del video podcast
Copertina del video podcast

In questi ultimi mesi è diventata frequente l’uscita di video in cui si lamenta la scure di YouTube abbattersi sui content creator, in modo particolare quelli i cui canali trattino argomenti border line, ossia tali che, per YouTube, possano trovarsi al limite della linea di confine oltre la quale ci sarebbero il mancato rispetto delle Norme della Community, la promozione esplicita o implicita di prodotti regolamentati e/o l’agevolazione al loro acquisto e via discorrendo.

A tali lamentazioni si aggiungono, anche per canali grandi, frequenti rimostranze circa la scarsa circolazione dei contenuti, il calo delle visualizzazioni e delle iscrizioni, la presenza di una tecnica in realtà ormai abbandonata quale lo shadowbanning, la riduzione della frequentazione dei live streaming, la drastica riduzione dei Mi piace e la crescita dei Non mi piace, le poche condivisioni ed altri accadimenti che spesso stanno facendo optare alcuni content creator per la migrazione in altri circuiti mediatici, dove non è affatto detto che la situazione sia necessariamente migliore, anzi, a volte nel farlo si va incontro a limitazioni meno esplicite e più subdole.

Fa frequentemente scalpore anche il pesante ricorso delle piattaforme all’I.A. per la gestione delle controversie, l’analisi dei contenuti e la produzione di sentenze sui contenuti individuati come non rispondenti ai requisiti imposti dalle piattaforme stesse e dalle normative del paese. Su questo, a coloro che se ne stupiscono, ci sarebbe da fare una domanda: per quale motivo il creator dovrebbe poterne fare impiego – in tutto o in parte – per generare i propri contenuti, e la piattaforma non dovrebbe farlo per gestirsi, facendo ricorso a meno personale umano possibile?

Ebbene, sono mesi che lo anticipo su queste pagine, che cerco di farlo capire, ma a quanto sembra il pubblico dei creator non interessati ai video ad effetto, acchiappaclic o supposti metodi per guadagnare un milione in un secondo – e di tali video ce ne sono a bizeffe – bensì a capire come mai la macchina stia in qualche modo modificandosi, facciano orecchio da mercante e non percepiscano il messaggio. Lo ripeto, a chiare lettere:

LE PIATTAFORME SONO DIVENTATE A PAGAMENTO, ANCHE PER I CREATOR

anzi, soprattutto per i creator. Infatti, mentre il fruitore occasionale al massimo è costretto a subirsi la pubblicità ma, in fin dei conti, il contenuto comunque gli/le arriva, il creator non ha scampo: o è già un personaggio ufficialmente noto (come un giornalista di grido, un medico, un avvocato), o paga, o produce contenuti talmente viralizzabili, talmente acchiappaclic e talmente rastrellatori di traffico di internauti beoti da rendersi goloso per le piattaforme, che con tali contenuti ottengono una pioggia di denaro in cassa grazie ai milioni di visualizzazioni di altrettanti internauti beoti i quali, inebetiti, assieme al contenuto si bevano anche milioni di esposizioni pubblicitarie. Queste le opzioni. Non ce ne sono altre.

Per questo prolificano e si diffondono contenuti video del tutto privi di valore reale, il cui unico scopo è intrattenere elargendo spettacolino di bassa lega, oppure facendo leva sulle famose cinque esse (Sangue, Sesso, Soldi, Spettacolo, Sport) in modo sfrontato e spregiudicato, tanto non ha alcuna importanza se il contenuto lasci o no qualcosa di concreto o di istruttivo, ha solo importanza che faccia milioni di visualizzazioni e diventi virale senza violare alcuna norma, né di YouTube, né in generale delle leggi vigenti.

Potrei chiosare con un’altra sentenza che a molti non piacerà: il lavoro del content creator di origini autodidattiche, magari anche bravino ma non nato professionista, laddove destinato ai principali social media (Facebook, Instagram, TikTok e YouTube), è agli sgoccioli. Il tempo del “Broadcast yourself” è ormai già da molto un ricordo del passato e faccio (nuovamente) notare che oggi quasi tutte le piattaforme – da Meta a YouTube, da X a Vimeo e TikTok – sono lì, con la mano destra tesa, palmo verso l’alto: se siete una persona qualunque, vi attizza produrre contenuti e volete farli circolare, qua i soldi; non ne volete mettere? Allora vi accontentate delle poche briciole, subite i controlli a tappeto, vi cuccate gli strike, gli avvisi di violazione, la parzializzazione della circolazione e quant’altro, I.A. o no, e zitti.

Mettetevi l’animo in pace. È così. E chissà, forse potrebbe essere in arrivo, per alcune piattaforme alternative (Rumble, Odysee, per citarne solo due) una fase storica di maggiore visibilità.

MVP


Marco V. Principato

(46 articoli in queste aree)

Informatico sin dagli anni '80, laureato con lode in Scienze della Comunicazione, dottore magistrale con lode in Informazione Editoria e Giornalismo, studente a vita per meritare davvero la qualifica di dottore, radioamatore (IK0MHG).

Le sue posizioni in Rete:

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