Tempo di lettura: 4 minuti – Da osservatore, prendo nota dei fenomeni socio-culturali, commerciali e di mercato che ruotano intorno al mondo del vaping. E ne traggo delle conclusioni, che a volte non lasciano ben sperare.
Periodicamente, mi viene voglia di riflettere, nero su bianco, sulla situazione del mondo del vaping e di farlo qui, sul mio blog. Quindi, virtualmente, ad alta voce. Anche ora che siamo a 2026 ampiamente iniziato.
Primo fattore radicalmente cambiato e ormai anche abbastanza stabilizzato, piaccia o no, è il mercato della domanda. Notare che quando dico nessuno intendo la stragrande maggioranza della clientela ad ampio spettro, dunque le ormai sparute minoranze ancora saldamente ancorate ai rigenerabili, me compreso, sono ininfluenti e si parla, invece, della totalità, che comprende quella larga maggioranza il cui rapporto col vaping è costituito dal servirsi nei negozi, senza prendere minimamente in considerazione i social di alcun tipo, né alcun commercio elettronico di alcun genere. Ebbene, in quest’ottica appena descritta, nessuno ormai vuole più alcuna sbatta, come si dice oggi.
Non parlare alla gente di rigenerare, di miscelarsi da sé i liquidi, ma nemmeno di sostituire una testina ad una qualsiasi POD la cui cartuccia permetta di farlo (con notevole risparmio, tra l’altro): non ne vogliono sentire parlare. Una testimonianza diretta posso offrirla io stesso, dato che è capitato recentemente proprio a me, mentre ero in un negozio ad acquistare dei flaconi di nicotina, di assistere ad un episodio per certi versi agghiacciante.
Entra un giovane – avrà avuto 30 anni – che, rivolto alla persona dietro al bancone, ha sfoderato la sua Dot Pod Max 1.5 dotata di serbatoio con testina sostituibile, glielo ha mostrato e gli ha detto, con calata romanesca pesante, «che me dai ‘a Pod c’aa resistenza che ‘n ze cambia da 1 Ohmme, questa è arivata (consumata, ndr.) e a me me rompe er c[censura]o de stalla a cambià?».
Il negoziante, ovviamente, non ha proferito parola, ha preso una confezione di due cartucce da 1 Ω a testina integrata per la Dot Pod Max 1.5 e gliela ha venduta. Nulla da rimproverare: ha fatto il commerciante. Di fronte ad una scena simile, schiettamente accompagnata da quel fraseggio non certo elegante ma del tutto chiaro e altrettanto esplicito, nulla si sarebbe potuto fare.
Risultato: lo svapo “vero”, quello godereccio e di qualità, è ridotto sempre più a una nicchia, sempre più piccola, sempre più ristretta. Sempre più modder mollano, restano solo quelli più tenaci e il cui pubblico ricada in quei segmenti non ancora troppo invasi da questi nuovi dispositivi quasi usa-e-getta. Uno di questi è Gianluca Cesati, alias Vapers’ Mood, che come nome forse è più conosciuto, afferente sostanzialmente al mondo del cloud chasing.
Secondo fattore assai mutato è il comparto normativo e, di conseguenza, i social media di riferimento (YouTube in primis, ma anche Facebook, Instagram e la sua appendice Threads, TikTok). Resta ancora – per fortuna – una sorta di zona franca costituita da Twitch, piattaforma sulla quale personalmente ancora opero e che, col senno di poi, mi rallegro di aver deciso di abbracciare, ormai cinque anni fa. Poi ci sono le tasse molto alte, il divieto di vendita online di nicotina e liquidi pronti, la tassazione progressiva già delineata per legge, l’inquadramento dei liquidi nelle due categorie principali PLI (Prodotto Liquido da Inalazione) e PLA (Prodotto Liquido Aroma), tutto fiscalizzato e gestibile solo osservando una apposita normativa, rigida e invasiva. Obiettivo: produrre un gettito fiscale il più possibile analogo a quello del fumo combusto dal lato dello Stato; liberarsi della piccola concorrenza fastidiosa dal lato dei produttori grandi e medi.
Risultato: molti piccoli produttori hanno mollato, per citarne due abbastanza noti: L’Aromatiera e Tobacco Liquor; altri hanno dovuto “incorporarsi” in altri più grandi; alcune storiche collaborazioni, come quelle tra il gruppo Vaporart e i due principali influencer di settore (Il Santone dello Svapo, al secolo Matteo Gallegati, e Danielino 77, al secolo Daniele Zingaretti), dopo circa sette anni hanno visto la loro fine con la rescissione dei rispettivi contratti e hanno portato i due a legarsi a contratti di collaborazione con altri marchi (rispettivamente Dreamods e La Tabaccheria).
Altro risultato: Gallegati ha quasi completamente mollato il settore del vaping, trasformandosi da Il Santone dello Svapo in Il Santone e occupandosi di recensioni di altri generi merceologici (carne, barbecue ed elettronica di consumo, almeno sinora), con risultati a livello di social media molto distanti da quelli conseguiti qualche anno fa nel mondo del vaping, settore in cui ogni tanto azzarda qualche contenuto sul tema sfruttando quei media che non (o non ancora, o non del tutto) ostacolano la circolazione di contenuti multimediali su tale tema, come ad esempio Threads, a volte Instagram, rarissime volte Twitch, sul quale ormai praticamente non ha quasi più pubblico di vaping ma solo di videogiochi e qualche raro interessato ai nuovi segmenti che tratta su YouTube. Ha, inoltre, ceduto alle lusinghe della cosiddetta utenza verificata, foraggiando Meta per Instagram (il “bollino blu” è a pagamento annuale), al fine non solo di migliorare la propria immagine, ma anche sperando di avere avanti a sé la strada un po’ più spianata.
Zingaretti, dal canto suo, ormai ha aperto il proprio negozio di svapo affiliandosi alla catena Smo-King di Adriano Di Ianne, dunque si dedica – giustamente – alla propria attività e, pertanto, ha del tutto abbandonato Twitch. Pubblica ancora qualche sporadico contenuto informativo su YouTube, limitandosi a mantenere un certo contatto con il pubblico attraverso gli altri social media cercando di ottemperare alle loro regole. Da notare che Zingaretti, non avendo mai cambiato il nome al canale, ha mantenuto il badge su YouTube, cosa che Gallegati ha perso, invece, nel cambiarlo. Anche Zingaretti ha deciso di foraggiare Meta per Instagram ed ha acquisito il relativo bollino blu, quasi certamente con gli stessi obiettivi di Gallegati.
Nota bene: nel frattempo, grazie alle normative, sono del tutto morte anche le fiere, ormai solo B2B ma nelle quali comunque un pertugio per entrare, all’italiana maniera, c’è. C’è sempre perché ogni espositore può “portare” un certo numero di persone e farle autorizzare ad entrare, nonostante lo status di fiera B2B. Ma va bene così: è quanto basta per soddisfare i quattro gatti che ancora hanno fantasia di andarci e magari sfruttano più che altro l’occasione per incontrare vecchi amici, ma di tutto l’aspetto socio-commerciale di una volta non vi è più alcuna traccia.
In breve, tutto il modello contestuale è crollato e quel che ancora resiste lo fa per semplice inerzia, esattamente come un volano che, però, se non gli viene più somministrata energia, prima o poi inesorabilmente si fermerà. E questo vale per tutto: dalle attività mediatiche e social a quelle fieristiche.
Veramente un gran peccato. Per un indotto destinato a fermarsi, per la salute pubblica che ci rimette inesorabilmente, per la gioia degli appassionati old-school ormai circoscritta nelle quattro mura di casa.
Peccato ma, come dice l’Avv. Giuseppe Di Palo, chest’è.
MVP
